24 Maggio – IV incontro di “Ricerche A Confronto” a Roma Tre

h. 18:00 – Aula del Dipartimento di Studi sul Mondo Antico

Chair: Sabrina Colabella (Università di Roma Tre)

Il contributo delle pitture vascolari alla ricostruzione del Telefo e dell’Antiope di Euripide

Chiara Lampugnani (Università di Torino)

Il Telefo di Euripide, rappresentato alle Dionisie del 438 a.C. come terzo dramma di una  tetralogia che comprendeva le Cretesi, l’Alcmeone in Psofide e l’Alcesti, l’unica opera  tramandata integralmente, era noto solo attraverso brevi frammenti, per lo più versi  citati da Aristofane e da Stobeo, fino a quando nel corso del Novecento non furono pubblicati quattro importanti papiri: il P. Mediol. 1, che contiene i sedici versi iniziali  del prologo, il P. Oxy. 2460, il P. Berol. 9908, il P. Ryl. 482, la cui attribuzione al  dramma di Euripide rimane, tuttavia, controversa. Queste scoperte hanno permesso di  gettare una nuova luce sulla nostra conoscenza del dramma, ma parallelamente, un  contributo fondamentale per stabilire le differenze fra il racconto mitico tradizionale e la  scena di supplica presente nel Telefo euripideo e nell’omonimo dramma di Eschilo  viene fornito dall’esame di alcune testimonianze vascolari, in particolare una coppa  attica a figure rosse (Boston, Museum of Fine Arts, inv. 98.931) e una pelike attica a  figure rosse (Londra, British Museum, inv. E 382), la cui raffigurazione sembra  rispecchiare le versioni della saga anteriori al dramma di Euripide. Mi propongo, quindi, di analizzare il modo in cui la tragedia può essere ricostruita attraverso gli apporti  papiracei e archeologici, istituendo un confronto con un caso analogo, l’Antiope euripidea, in cui la scena del supplizio di Dirce sembra trovare riscontro su un vaso decorato dal cosiddetto Pittore di Policoro (Policoro, Museo Nazionale della Siritide,  inv. 35297).

Detailing Patroclus’ final moments: particles and reference in Iliad 16.394-863

Mark De Kreij (Ruprecht-Karls-Universität Heidelberg)

Why can we follow Homer’s narrative, or, for that matter, any narrative? Authors inundate us with  characters, places, relations, situations, actions, and events, yet we generally have no problem  managing all this information in order to enjoy the story hidden within the language. To  understand how this works, it is paramount to investigate the language’s effect on the mind. We process stories not just as collections of words, but as code giving access to referents in a so-called ‘story world’ (cf. Herman 2002), so that when we come across an anaphoric pronoun, it is not a textual antecedent that we look for, but rather its referent in this story world (Cornish 1999). In my paper I will bring this subconscious process to the foreground (following Bakker 1997), examining how Homer uses anaphora and particles to guide his audience through Patroclus’ last  charge. As the perspective shifts from Patroclus to his victims, zooms out to show us the  battleground, and even pans to the gods on Olympus, we see the tragedy unfold in front of our eyes.  The referential discontinuities, like transitions between ‘frames’ (Emmott 1997) – for example from the battleground to the Olympus – or switches of subject, actant, or speaker, are where anaphora  and particles come together particularly often. Examining these places will both clarify some of the  functions of particles like δέ, ἄρα, and μέν, and spotlight the linguistic means that underlie the flow  of Homeric narrative.

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